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Marcello Lattari

 

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Elisabetta Pozzetti: " Mal d'Africa" - articolo sul percorso africano di Marcello Lattari - Padova - aprile-maggio 2008

 

 

 

 

Indice editoriale

Elisabetta Pozzetti

MAL D'AFRICA

   Nasce lontano, negli anni Settanta all’età di ventiquattro anni, la folgorazione, perché di questo si è trattato, di Marcello Lattari per l’arte africana. La stessa folgorante attrazione che forse colpì a suo tempo la fantasia di Picasso che per le sue Les Demoiselles d’Avignon del 1907, opera manifesto del movimento cubista, scelse maschere d’arte “negra”; la stessa tensione che mosse Modigliani e poi Brancusi ad attingere da quella arte la sintesi purista delle forme capaci in pochi segni di deflagrare nell’emotività di colui che le osserva ancora oggi. La stessa passione mosse Vlaminck, Derain, Matisse, Giacometti, Klee, Leger, Mirò - anche Gaugin seppur interessato all’arte oceanica - e tutti dirottarono il proprio fare artistico su una strada nuova che usciva da una commistione tra il linguaggio loro proprio e quello primitivo, caratterizzato dal recupero del mito, di un’identità atavica creduta ormai perduta. Emblematiche le  impressioni di Picasso alla visita nel 1907 al Musée d’Etnographie del Trocadéro: per lui quelle maschere, quelle sculture erano prima di tutto “cose magiche”, “mediatrici”, “tramiti” tra l’uomo e le forze oscure del male, potenti al pari degli spiriti “minacciosi” presenti nel mondo, e “strumenti” ed “armi” con cui liberare se stessi dai pericoli e dalle ansie che affliggevano l’umanità.

   Per tutto il XX secolo l’arte africana ha così portato nuova linfa attraversando correnti, poetiche e artisti: dal Die Brucke al Blau Reiter, ai Fauves, da Dada al Surrealismo, da Sebastian Matta a Jackson Pollock, all’Informale, passando attraverso il gruppo Cobra, che farà proprio l’impulso liberatorio dell’arte primitiva, al gruppo Fluxus di Georges Maciunas, Nam June Paik, Yoko Ono, a quello Gutai in Giappone, agli happenings di Allan Kaprow e Jim Dine, dall’azionismo viennese che inscenava violente azioni sul corpo sottoposto a una “ritualità sacrificale”, alla body art, dalle “azioni sciamaniche” di Beuys all’arte povera di Merz, Kounellis, Penone, Boetti, fino a Pino Pascali. E ancora, negli anni Ottanta, come non ricordare Baselitz tra i Nuovi Selvaggi e gli esponenti del Graffitismo, Haring e Basquiat, capaci di rinnovare il paesaggio urbano e metropolitano attraverso immagini simboliche e arcaiche, tradotte in termini di nuovo tribalismo. In Italia a tutt’oggi Mimmo Paladino e Nicola Carrino continuano ad attingere da quel fecondo magma creativo sito nel continente africano.

   L’arte africana dunque ha appassionato e suggestionato l’immaginario di molti, avvertita da sempre come espressione di un’impronta genetica primitiva, di un topos interiore, un luogo archetipo della mente e dell’anima, che raccoglie quel sopito “pensiero selvaggio” che accomuna gli uomini di ogni latitudine e le radici antropologiche di tutte le civiltà.

   Marcello Lattari nel corso degli anni si è circondato di tanti mondi, tante storie radicate in tante culture diverse: ogni scultura, ogni oggetto si racconta col suo carico di elementi liturgici, sacri e leggendari. Ciascun materiale trasuda dalla patina il vissuto di una quotidianità antica seppur ancora in uso. Per Lattari preminente è l’importanza estetica dei pezzi della sua collezione piuttosto che la sola esclusiva valenza storica: per lui l’antichità viene dopo l’artisticità, tenendo anche conto che la conservazione dei manufatti lignei in Africa è assai difficoltosa per gli attacchi xilofagi delle termiti.

  La sua collezione abbraccia idealmente una fascia temporale compresa tra i 150 e i 30 anni fa, e deriva da una ricerca che non è mai stata volta ad una tesaurizzazione, ad una speculazione economica o ad un’eventuale successiva vantaggiosa rivendita: Lattari è un collezionista di altri tempi, un ricercatore che da 35 anni circa batte le strade del mondo, soprattutto africano, convinto di poter aggiungere, coi suoi ritrovamenti, qualche tassello in più alla storiografia dell’arte africana. Non è un caso che i siti da lui realizzati (www.africarte.it-www.africarte.eu) incoraggino alla piena condivisione di dati, iconografie, tracce per addentrarsi ulteriormente nella storia, nella cultura di quella specie umana di cui tutti noi siamo figli. Per tutti questi motivi per il collezionista diviene impossibile quantificare economicamente il prezzo di ciascun esemplare. Ad oggi ne possiede poco meno di duecento acquistati direttamente in Africa, o da importatori, o presso gallerie specializzate in Francia, Belgio, Germania e Canada, oppure sulle gallerie on-line, a volte pure nei mercatini d’antiquariato.

   I suoi sono tutti pezzi autentici realizzati in zone diversissime presso etnie altrettanto diverse e uniche per le loro tradizioni. Spaziano dall’astrattismo puro, caratterizzato da una netta sintesi figurativa, a realizzazioni antropomorfiche e zoomorfiche, fedelmente legate al dato reale. Ci si può imbattere in maschere splendidamente ornate di conchiglie Cipree, Cauri secondo il nome indostano, raccolte nelle isole Maldive. Fin dall’antichità usate come monete, in Africa, verso il 1900, 100 cauri valevano da 5 a 20 centesimi in oro. Una maschera facciale come quella dei Bashilele (fig.1) diviene in tal senso espressione viva dell’utilizzo delle conchiglie come puro ornamento estetico e come riferimento simbolico al “valore” economico dell’offerta preziosa agli antenati. Ma esistono anche maschere-enigma come la Maschera Mukuy (fig.2), proveniente dai popoli Shira-Punu-Lumbo. Queste maschere bianche usate dalla maggior parte dei popoli dell'attuale Gabon si notano, innanzi tutto, per la loro raffinatezza e poi per la loro straordinaria somiglianza alle maschere teatrali del Giappone. Esperti di arte e storia africana ad oggi non sono riusciti a formulare una spiegazione plausibile alla presenza nella foresta tropicale africana di icone decisamente similari per fattura alle maschere orientali. Sussiste pure l’anelito all’astrazione, dettato dall’infittirsi delle geometrie e dalla stilizzazione formale, come nella Maschera n'golo (n'golo kun) (fig.3), composta di materiali vari e utilizzate per finalità sacrificali.

   Simili oscillazioni pendolari di gusto si evidenziano anche nei ritratti. Come avviene nella resa dei lineamenti del ritratto (fig.4) realizzato presso il popolo Gouro, emigrato anticamente dal Mali nella Costa D'Avorio. In questo esemplare grande importanza viene data all’acconciatura che per la moda tribale consisteva per le donne Gouro nel passare una ciocca di capelli in un cubo forato di legno o di avorio. Anche le scarificazioni sono segno distintivo della tribù di appartenenza. Interessante allora esaminare la Testa rituale (fig.5) composta di legno, tela di sacco e caolino, proveniente da Bini (Benin). In questa si evidenzia lo stile della corte del Benin, che a sua volta deriva da quello di Ife, dal quale recupera la lavorazione del bronzo applicata a materiali più poveri quali il legno, come avviene per questa testa rituale ekpo, che imita nella fattura, le teste degli antenati reali del Benin. Seppur stilizzata anche la Statua magica "nkondi" del Kongo-Yombe (Repubblica Democratica del Congo) (fig.6) non può che richiamare ancora oggi l’uso rituale e sacrificale che in passato ne è stato fatto. È realizzata con legno, ferro, fibre vegetali, pezzi di vetro a specchio, terra cosmetica rossa, caolino, materiale sacrificale di diversa natura. Questo feticcio fungeva con molta probabilità da tramite con il sopranaturale. Altrettanto particolare la statua maschile (fig.7) dell’antenato mitologico più importante per il popolo dei Mambila (Nigeria dell'est a confine con il Camerun - Bacino del Benoué ). Sul legno semiduro dipinto con colori vegetali rivestito di una patina crostosa composta da varie sostanze di materiale sacrificale, fanno bella mostra di sé le "spine" di "cuore di legno" conficcate sulla testa. La triste fama di antropofagia ha contribuito all'isolamento di questa etnia, come di tutte le altre dello stesso bacino e soltanto da qualche decennio possiamo attingere notizie che restano comunque insufficienti. Non può infine mancare La prima coppia mitica (fig.8) del Dogon–Mali realizzata utilizzando legno, ferro e pigmenti. Nella mitologia dei Dogon, riportata da Marcel Griaule, il Dio Amma creò, dal fango, la prima coppia immortale, dopo aver fallito la prima creazione. Da questa coppia nacquero gli otto "geni " o " nommi " dai quali, dopo diverse generazioni, derivano gli essere umani mortali.

   Sono queste poche immagini per un patrimonio ricco, prezioso, e ancora parzialmente sconosciuto. Vale la pena allora continuare sui passi della scoperta e della costante ricerca se è vero come ha scritto Picasso che “la scultura primitiva non è mai stata superata” e se è vero anche quello che il nostro collezionista, Marcello Lattari, sostiene con entusiasmo da anni: “se misurate l'arte africana con il metro della vostra tradizione culturale, non potrete mai conoscere quanto essa sia grande”.

 Padova, Aprile-Maggio 2008                                          alleghiamo il file in pdf

Elisabetta Pozzetti

 

 Indice editoriale

 

Curriculum di Elisabetta Pozzetti

Università Telematica Internazionale UNITEL

Docente dei corsi:

 

    Elisabetta Pozzetti nasce poco più di trent’anni fa in un assonnato e piovoso mattino di fine novembre. Ad accoglierla le nebbie felliniane della pianura reggiana, quella di Peppone e Don Camillo, di Zavattini e di Ligabue.
Cresce in una casa d’artisti popolata di gatti e libri, tele e antiquariato.
Indecisa tra veterinaria e conservazione dei beni culturali, opta per la seconda integrandola con quattro anni di studi di restauro. Che le permettono, laureatasi, di lavorare al Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell’Università degli Studi di Parma, intervenendo, esperienza eccezionale, sulle opere di artisti del Novecento, mitizzati sui libri di scuola.


    All’attività di consulente sulla conservazione e il restauro associa quella di responsabile organizzativa, dal 2000 al 2004, dell’Istituto di Cultura “Casa Cini” di Ferrara curando oltre una quarantina di mostre d’arte contemporanea.

    In seguito assume l’incarico di project manager del Centro Internazionale d’arte di Cultura di Palazzo Te per le mostre "Semeghini e il chiarismo fra Milano e Mantova e Mantegna a Mantova 1460-1506", svoltesi a Mantova nel 2006.

    Nel 2007 coordina sul piano scientifico e organizzativo altre mostre tra le quali "Arti Contemporanee" presso Palazzo Beccaguti Cavriani di Mantova e "Rodin et Claudel. Création et matière", realizzata a Étroubles in collaborazione con la Foundation Pierre Gianadda di Martigny.

 
    È dipendente della Soprintendenza per il Patrimonio Storico e Artistico di Brescia, Cremona e Mantova, per la quale lavora nella segreteria organizzativa delle mostre (si ricordano negli ultimi anni: Andrea Mantegna e i Gonzaga: Rinascimento nel Castello di San Giorgio; Lucio Fontana Scultore; Pier Jacopo Alari Bonacolsi detto l’Antico. Uno scultore nella Mantova di Mantegna e Isabella d’Este).


    Dal 2001 svolge attività critica curando progetti espositivi e attività culturali in Italia e all’estero, in sedi pubbliche (tra le quali i Musei Civici di Reggio Emilia; il Museo “Il Correggio”; Palazzo Piccolomini di Pienza; il Museo “A. Bonzagni” di Cento, Palazzo Te e Palazzo della Ragione di Mantova; Museo Masedu di Sassari; Castello di San Michele di Cagliari; Castelli di Fiorano e di Ferrara; Porta Decumana della Regione Valle d’Aosta; Casa dell’Ariosto a Ferrara; etc.) e private (tra le quali la Fondazione “Centro Dionysia” di Villa Piccolomini a Roma; Fondazione Villa Vecelli Cavriani di Mozzecane di Verona; le Collezioni d’Arte della Fondazione Cassa di Risparmio di Bologna; la Galleria Scaletta di Matera; il Museo Bargellini di Pieve di Cento; etc.). Nel 2005 ha inaugurato a Étroubles, il progetto di parco artistico internazionale "À Étroubles avant toi sont passées", in collaborazione con la Fondazione svizzera Gianadda.


    Oltre un centinaio le pubblicazioni scientifiche, tra le quali si ricordano: Pirro Cuniberti. Donazione alla Pinacoteca di Pieve di Cento (Minerva Edizioni, 2002); Alberto Givanni. Africa oltre lo specchio (Minerva Edizioni, 2002); L’isolachenoncè. Arte con la sindrome di Peter Pan (Publi Paolini Editore, 2003); De Nittis. A Léontine (Silvana Editoriale, 2004); Alberto Givanni. Boa Viagem. Reportage dal Mozambico (Minerva Edizioni, 2004); México. Artisti contemporanei (Editrice Compositori, 2004); Daniele Montis. Pienza, città ideale, sospesa fra cielo e terra (Carlo Delfi no Editore, 2004). Miele, libro d’arte di Sara Rossi (tiratura limitata a 600 esemplari, Editore Gli Ori, 2005); Sergio Zanni (Edizioni Galleria Davico, 2005); À Étroubles, avant toi sont passés… (Arti grafi che E.Duc, 2005); Alberto Givanni. Kenya. Kibera. Bambini di strada (Casa Editrice XXVII, 2005); Generazione Anni Quaranta (Edizioni Bora, 2005); Rodin et Claudel. Création et matière e Italo Bolano. Espressionismo blu (Arti grafi che E.Duc, 2007); Arti Contemporanee. Günter Umberg, Elisabeth Vary, Pietro Coletta, Carlo Bonfà (Publi Paolini Editore, 2007); Trasmutazioni liriche. Opere di Fabbriano (Casa Editrice XXVII, 2008); Bonacolsi l’Antico - guida alla mostra (Electa, 2008).
Si ricordano infine le pubblicazioni di cui si è curato il coordinamento editoriale: Semeghini e il Chiarismo fra Milano e Mantova (Silvana Editoriale, 2006); Masterpieces from the World Museums in the Hermitage (Skira editore, 2006); Mantegna a Mantova 1460-1506 (Skira editore, 2006) e il coordinamento scientifico di Indagando Mantegna (Publi Paolini Editore, 2007).

 

    Per Herbarium-Intertrade Europe, realtà aziendale leader internazionale nel settore della Profumeria Artistica con marchi esclusivi di “Haute Parfumerie”, cura la redazione e la grafica di tutta la comunicazione scritta della società.

    Infine è docente di "Tutela e Valorizzazione dell’arte contemporanea "del Corso di Laurea Specialistica in “Conservazione e diagnostica di opere d’arte moderna e contemporanea” dell’Università degli Studi di Ferrara e di Storia dell’arte medievale, moderna e contemporanea per il triennio del Corso di Laurea in “Design della moda” dell’Università Telematica Internazionale con sede in Milano.


    Iscritta all’Ordine nazionale dei giornalisti pubblicisti, ha collaborato dal 2002 al 2005 con L’Osservatore Romano e attualmente con riviste del settore, quali Arte in, Juliet, Charta e Il Curioso.

 

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